11 milioni di persone vivono con malattie “non trasmissibili”, quelle oncoematologiche e cardiovascolari, che rendono ancora più a rischio i pazienti di sviluppare forme gravi di Coronavirus rispetto alla popolazione sana, fino alla morte. Ma gli specialisti, non trovano posto nella cabina di regia che sta definendo le strategie per affrontare la cosiddetta fase 2. Oncologi, ematologi e cardiologi, in una conferenza stampa virtuale organizzata oggi da Fondazione Insieme contro il Cancro, chiedono alla Istituzioni di considerare le specifiche esigenze dei pazienti colpiti da neoplasie e cardiopatie per definire percorsi specifici.
Dall’inizio della pandemia, la paura del contagio ha allontanato dagli ospedali circa il 20% dei pazienti oncologici, che avrebbero dovuto essere sottoposti a trattamenti utili. Timori molto diffusi anche in chi ha malattie del cuore: si è registrata una riduzione superiore al 50% dei ricoveri per infarto. E sono in calo di circa un terzo le ospedalizzazioni per scompenso cardiaco, anomalie del ritmo cardiaco e disfunzione di pacemaker e defibrillatori. “È molto delicata la condizione delle persone con patologie cardiovascolari, che raggiungono i 7,5 milioni nel nostro Paese – sottolinea il prof. Ciro Indolfi, Presidente Società Italiana Cardiologia (SIC) e ordinario di Cardiologia all’Università Magna Grecia di Catanzaro -. Le principali sono le malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio e angina pectoris), le patologie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico) e le malattie cardiache strutturali (stenosi aortica, insufficienza mitralica, fibrillazione atriale e scompenso cardiaco), sicuramente non meno gravi del Covid-19. In presenza dei primi sintomi di un problema coronarico, ad esempio un dolore di tipo costrittivo al torace, è opportuno rivolgersi al sistema dell’emergenza 118, perché gli ospedali hanno attivato percorsi separati per ridurre il rischio di infezione. La tempestività dell’intervento può fare la differenza fra la vita e la morte. Ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento di un infarto miocardico grave, la mortalità aumenta del 3% e un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può addirittura quadruplicare la mortalità. Ecco perché servono linee di indirizzo nella fase 2 anche per i cardiopatici”.
COVID-19 E OSPEDALI: 1 ITALIANO SU 6 HA PAURA CONTAGIO